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| Mercoledě 12 Agosto 2026 |
Quando le Dolomiti erano abitate dagli dei
Ad agosto basta aspettare che il sole cominci a scendere per vedere decine di persone fermarsi davanti al Catinaccio con il telefono in mano. Aspettano che la montagna diventi rosa, qualcuno perché conosce già quello che sta per accadere, altri perché hanno visto fermarsi tutti gli altri e allora si voltano anche loro. Dura poco, a volte pochissimo, ma quando succede è difficile non rimanere a guardare.
Oggi sappiamo perché accade e abbiamo anche un nome per quel fenomeno, enrosadira. Secoli fa la spiegazione era diversa e, bisogna ammetterlo, anche più bella: lassù c’era il giardino di Re Laurino.
Laurino era il re dei nani e il suo regno si trovava tra le montagne del Catinaccio, dove aveva fatto crescere uno splendido giardino di rose. La leggenda è arrivata fino a noi in versioni diverse, come accade alle storie raccontate per secoli, ma quelle rose finirono per tradirlo, permettendo ai nemici di scoprire il luogo nel quale si nascondeva.
Sconfitto e fatto prigioniero, Laurino maledisse il suo roseto: nessuno avrebbe più dovuto vederlo, né di giorno né di notte. Si dimenticò però dell’alba e del tramonto e così, per pochi minuti, le rose possono ancora comparire sulle pareti della montagna.
Nelle Dolomiti Laurino era in buona compagnia. Nelle valli ladine si raccontava del Regno dei Fanes, con principesse, guerrieri e marmotte, mentre vicino alle acque e alle sorgenti comparivano le Anguane. Nei boschi, invece, potevano esserci streghe, spiriti o uomini selvatici. Ogni valle aveva le sue storie e spesso bastava spostarsi di pochi chilometri perché cambiassero nomi e protagonisti.
Bisogna provare a immaginare queste montagne qualche secolo fa, quando al calare del sole il buio era davvero buio e dietro una forcella non c’erano un rifugio, una strada o un impianto. La montagna era il luogo nel quale si lavorava, si portavano gli animali, si raccoglieva il legname e si affrontavano inverni che potevano isolare un paese per settimane. Quello che oggi attraversiamo in poche ore seguendo un segnavia era un territorio molto meno conosciuto e certamente meno rassicurante.
Non stupisce allora che una grotta potesse diventare l’ingresso di un regno o che dietro un rumore arrivato da una parete si cercasse qualcosa che non si riusciva a vedere. E se una montagna diventava improvvisamente rossa al tramonto, perché non immaginare che lassù qualcuno avesse piantato delle rose?
Oggi di quelle montagne conosciamo quasi tutto. Sappiamo l’altezza delle cime, quanto manca alla prossima forcella e quale tempo troveremo qualche ora più tardi. Se non riconosciamo una parete, prendiamo il telefono e in pochi secondi abbiamo nome, quota e sentiero per raggiungerla.
Non tornerei indietro. La montagna di oggi è anche più sicura proprio perché abbiamo imparato a conoscerla e a prevederne, almeno in parte, i pericoli. Ma abbiamo sempre meno occasioni per non sapere.
Forse è qui che le vecchie leggende conservano ancora qualcosa. Non importa credere che Re Laurino sia realmente esistito o aspettarsi di incontrare un’Anguana vicino a una sorgente basta pensare che per secoli qualcuno abbia guardato quelle stesse pareti senza sapere cosa ci fosse dietro e abbia riempito quello spazio con una storia.
Ad agosto il Catinaccio continuerà a diventare rosa e noi continueremo a fotografarlo. Conosciamo perfettamente la spiegazione dell’enrosadira e non c’è più nessun mistero da risolvere.
Ma ogni tanto preferisco ancora quella sbagliata.
Da qualche parte, tra quelle pareti, Re Laurino non è riuscito a nascondere completamente il suo giardino.

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