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Gioved 26 Agosto 2010
Shrek e vissero felici e contenti

Sì, anche gli orchi cadono in depressione. Succede a Shrek dopo un anno di vita familiare, quando la ripetitività delle incombenze quotidiane — i tre figlioletti che lo svegliano troppo presto al mattino, che devono essere sfamati e cambiati (con tutto il contorno di puzze e scocciature), mentre gli amici non gli lasciano mai un momento libero — rischiano di far perdere la pazienza a un orco ormai «addomesticato» e depresso, a cui si chiedono gli autografi e che si vorrebbe ogni tanto facesse paura ai bambini con i suoi vecchi, celebri urlacci... Sono lontani i giorni in cui la palude in cui abitava Shrek era off limits e nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi. Oggi è addirittura la meta di giri turistici organizzati, che tolgono anche la più elementare privacy al povero orco e gli fanno rimpiangere i bei tempi in cui la foresta era tappezzata di annunci di pericolo.

È questa la vera novità di Shrek e vissero felici e contenti, nuova avventura dell’orco verde con le orecchie a trombette, ma è anche l’unica (o quasi) e la sceneggiatura di Josh Klausner e Darren Lemke finisce per sfruttarla solo nelle primissime scene, giusto per introdurre il salto temporale che rimette in discussione tutto quanto avevamo visto nei precedenti tre film. Infatti, con una invenzione un po’ discutibile (mai cambiare le carte che sono già state messe in tavola) scopriamo che i genitori di Fiona, prima che la loro figliola fosse liberata dall’orco, stavano per firmare un contratto con l’ambiguo e infido Tremotino (il protagonista della omonima fiaba dei fratelli Grimm, conosciuto nel mondo anglosassone come Rumpelstiltskin). Per salvare la figlia dall’incantesimo, il re e la regina del regno di Molto, molto lontano erano disposti anche a cedere il loro regno al piccolo intrigante. Ma proprio sul più bello, mentre stavano per firmare il contratto, ecco la notizia dell’impresa di Shrek. Da cui l’inevitabile odio di Tremotino per chi gli aveva fatto perdere il regno.


Il cattivo Tremotino offre un patto faustiano all’orco
Così, il giorno in cui il depresso Shrek molla la festa di compleanno dei piccoli e pensa a come sarebbe bello tornare l’orco temuto (e forse scapolo) degli inizi, Tremotino si fa avanti e gli propone un patto faustiano: un giorno da orco tremendo e temuto in cambio di un giorno qualsiasi della sua vita precedente. Lui accetta senza preoccuparsi, fino a quando scopre che il suo «benefattore » vuole prendersi il giorno della sua nascita. Evidentemente per rimettere indietro l’orologio della storia, cancellare chi poteva salvare Fiona e ritrovarsi davanti re e regina disposti a concedere il regno in cambio della salvezza della loro principessa.

Dopo questa lunga «introduzione» il film rientra nell’ambito di una narrazione più tradizionale, con l’orco verde che scopre come sarebbe stato il mondo senza di lui, con Fiona che guida la resistenza degli altri orchi contro il regno di Tremotino e delle sue alleate streghe e con Shrek che ha solo fino all’alba per rompere l’incantesimo (c’è sempre la possibilità di una contro-mossa nelle fiabe) e riportare le lancette della storia al loro giusto posto.

A questo punto però, bisognerebbe farsi qualche domanda supplementare, a cominciare dalla fondamentale: qual è il pubblico di riferimento di un film così? Non certo i più piccoli (quelli che hanno fatto il successo di Toy Story 3, per esempio), perché il meccanismo del salto cronologico all’indietro è piuttosto complicato e anche un po’ farraginoso (rivedere La vita è meravigliosa di Frank Capra per capire come si raccontano certi paradossi temporali). Ma nello stesso tempo scolorano anche le ambizioni di «scorrettezza» su cui la DreamWorks aveva costruito il prototipo per permettersi il lusso di sbeffeggiare la zuccherosità delle favole e che avevano conquistato un pubblico più maturo (qui, piuttosto, si abdica all’accettazione della propria diversità e alla fine si caldeggia un ritorno «nei ranghi» decisamente reazionario).

Resta solo l’operazione commerciale, praticamente obbligatoria dopo aver raccolto con i tre film precedenti più o meno un miliardo di spettatori e in vista della scadenza dei diritti di sfruttamento decennali della favola di William Steig (il primo film era del 2001). Ma come cantava quel tale, «non mi possono bastar». Così come la decisione di girarlo in 3D sembra più in linea con il conseguente aumento del biglietto (che assicura un 30 per cento in più di incassi) che con una vera scelta artistica. A meno c h e l’idea di far finire il mondo favolistico e immaginifico di Shrek in un elogio neanche tanto esaltante della quotidianità più pantofolaia sia da leggersi come una sottile metafora del fallimento delle ambizioni della DreamWorks e la decisione dei loro leader Spielberg e Katzenberg di abbandonare i sentieri della sperimentazione per tornare a progetti più modesti... ma anche questa mi sembra una lettura piuttosto azzardata.





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