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| Mercoled 1 Settembre 2010 |
«Gerusalemme divisa in due». «No, mai»
Alla vigilia della ripresa di negoziati di pace israelo-palestinesi, il ministro della difesa Ehud Barak ha affermato che nel contesto di un accordo definitivo sarà necessario spartire la città di Gerusalemme secondo linee di carattere demografico. «Gerusalemme Ovest nonchè 12 rioni ebraici edificati a Est dove abitano 200 mila ebrei, saranno nostri» ha detto Barak al quotidiano Haaretz. «I rioni arabi di Gerusalemme Est, dove vivono quasi 250 mila palestinesi, saranno loro. Per la Città Vecchia, il Monte degli Ulivi (dove si stende un vasto cimitero ebraico, ndr) e la Città di Davide (il rione palestinese di Silwan, ndr) sarà necessario definire uno statuto speciale e accorgimenti concordati».
LA ROAD MAP DI BARAK - Barak fungeva da primo ministro quando nel 2000 a Camp David fu organizzato un drammatico vertice israelo-palestinese, alla presenza di Yasser Arafat,che si concluse con un nulla di fatto. A Haaretz il ministro ha detto che oggi invece «esiste una occasione vera» per un successo. «Se il premier Benyamin Netanyahu assumerà la guida, gran parte dei ministri della Destra lo seguiranno. C'è bisogno - ha concluso - di coraggio, per prendere decisioni storiche e dolorose». Nella visione di Barak il futuro Stato palestinese dovrà essere smilitarizzato: senza cioè la possibilità di lanciare razzi contro il territorio israeliano e attivamente impegnato nella prevenzione del terrorismo. Israele, per un lungo periodo, dovrebbe a suo parere continuare a presidiare la valle del Giordano, per salvaguardarsi da minacce militari che potrebbero «venire da Est». Israele, da parte sua, dovrebbe smantellare gli insediamenti in Cisgiordania a Est della Barriera di sicurezza. Riferendosi all'attentato di ieri in Cisgiordania, Barak ha lanciato oggi un appello ai coloni - attraverso la radio militare - affinchè mantengano nervi saldi e non si abbandonino a ritorsioni.
LA SMENTITA - Le parole di Barak sono però state subito smentite da ambienti vicini al premier Netanyahu. Un membro della delegazione del primo ministro ha fatto sapere da Washington che Gerusalemme resterà «la capitale indivisibile di Israele». Un'affermazione che contraddice dunque quanto riferito dal ministro della Difesa.
Alternate HTML content should be placed here. This content requires the Adobe Flash Player. Get Flash LE SPERANZE DI MUBARAK - Intanto si guarda con grande apprensione alla ripresa dei colloqui israelo-palestinaesi che si apriranno giovedì nella capitale americana. «In molti sostengono che questo nuovo round sia destinato a fallire come i precedenti - ha scritto il presidente egiziano Hosni Mubarak, che prenderà parte al summit, in un'editoriale pubblicato sul New York Times - ma il più grande ostacolo al successo è psicologico. Anni di violenza e l'espansione degli insediamenti israeliani hanno portato a una crisi di fiducia da entrambe le parti. Perché i colloqui abbiano successo, dobbiamo ristabilire la fiducia e il senso di sicurezza». A questo scopo, secondo Mubarak, bisogna risolvere la questione di Gaza e l'Egitto è pronto a mediare per «uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas», «la fine del blocco israeliano» imposto al territorio e «la riconciliazione tra Hamas e Fatah».
LE CRITICHE DI AHMADINEJAD - Di tutt'altro segno la posizione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che osserva a distanza l'andamento dei colloqui. «Decine di negoziati sono stati organizzati in questi ultimi trent’anni e decine di piani di pace sono stati proposti, ma tutti hanno fallito - ha ricordato in un’intervista con la televisione iraniana in lingua araba al Alam -. Se non sono esaminati i principali problemi della Palestina, il fatto che due persone si riuniscano allo stesso tavolo e parlino non cambierà niente. I negoziati, e anche la ratifica di trattati di riconciliazione, non possono rendere legittimo il regime sionista né risolvere la questione palestinese.

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