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Mercoled 8 Settembre 2010
Fini via? Perché Napolitano dirà no

Molta rozzezza e un preoccupante stato confusionale. Ecco quello che dal Colle si vede dietro gli ultimi, convulsi scatti in avanti di una maggioranza in crisi di disunità: dalla ripetuta sfida per elezioni in autunno, al tentativo di coinvolgere il capo dello Stato nella resa dei conti tra i cofondatori del Pdl. Con la pretesa che sia appunto il Quirinale (nell’ipotesi meno perentoria, attraverso la moral suasion) a far traslocare Fini dal più alto scranno di Montecitorio. Richiesta irricevibile, quella che Berlusconi e Bossi vorrebbero presentare a Napolitano. Sia dal punto di vista costituzionale che parlamentare.

Perché il presidente della Repubblica non può, e assolutamente non deve, sfiduciare il responsabile di un organo costituzionale. Come del resto non può permettersi di fare nessun altro. Di più. Secondo diversi osservatori— giuristi e non solo—chi intende mettere in mora Fini descrivendolo come non più super partes, nel momento in cui coinvolgesse il Quirinale per scacciarlo finirebbe per indicare come nemico e mettere così in mora pure il capo dello Stato, associandolo obliquamente a Fini, nel caso che Napolitano rifiutasse di essere messo in mezzo. Sarebbe dunque una mossa istituzionalmente pericolosa, giocata sul terreno dell’ambiguità. Al pari della minaccia di trasformare la Camera in un Vietnam, se il cofondatore del Popolo della libertà resistesse al proprio posto. Di fatto, fino all’ora di cena di ieri, al Quirinale non era ancora arrivata alcuna telefonata per ottenere l’appuntamento. In casi come questo, prassi vorrebbe che fosse il premier a chiamare Giorgio Napolitano, anticipandogli le ragioni dell’incontro richiesto. Il fatto poi che Berlusconi, stando agli annunci che si sono rincorsi per l’intera giornata, intenda presentarsi con Bossi è irrituale. Irrituale perché, per il capo dello Stato, Bossi è soltanto un ministro, non il capo della Lega. Casomai il Cavaliere dovrebbe salire sul Colle accompagnato da Marco Reguzzoni, presidente dei deputati della Lega Nord alla Camera, e da Fabrizio Cicchitto, che ricopre analogo incarico per il Pdl. Questo per stare alle forme, che in democrazia non sono optional ma sostanza. Per il resto, sui nodi della crisi evocata ormai da fine luglio, ciò che il Quirinale si aspetta — sotto il profilo della corretta prassi istituzionale— è la convocazione dei capigruppo di Camera e Senato e la fissazione del dibattito sulla mozione dei famosi cinque punti indicati da Berlusconi come precondizione affinché il governo vada avanti.

Da quel voto si dedurrà l’esistenza o meno di una maggioranza. Non in altri modi. Non si può infatti chiedere al capo dello Stato di esercitare una sorta di boicottaggio istituzionale, né di intervenire in qualsiasi forma sul presidente della Camera, come se si trattasse di spostare un cavallo sulla scacchiera degli organi costituzionali. E a questo proposito, sul Colle non è ovviamente piaciuta la frase di Bossi: «Napolitano sposti Fini dalla Camera». Quando si parla di queste questioni, si dimentica che la terza carica dello Stato non è revocabile e qualora desse le dimissioni, com’è accaduto per Pertini, bisogna ricordare che vanno accettate dall’assemblea. E, sembra inutile dirlo, questa maggioranza, con i suoi attuali 299 voti, non andrebbe da nessuna parte. E se anche, in teoria, Fini fosse indotto a dimettersi, si aprirebbe un’ulteriore variabile. Infatti, le sue dimissioni potrebbero essere comunque respinte dalla Camera. Ancora: la discussione del ruolo super partes è curiosa. Non fu fatta nella legislatura in cui il centrodestra elesse Casini e Pera e nemmeno, per la verità, quando il centrosinistra portò Bertinotti e Marini. È una discussione a corrente alternata: la si fa quando fa comodo. Anche per il capo dello Stato. E qualora la si volesse fare, in astratto, non si potrebbe escludere il Senato. Ma sulla natura delle assemblee elettive andrebbero fatte pure altre considerazioni. Mentre il capo dello Stato, per il quale è prevista una procedura di impeachment, può essere un non eletto (ad esempio un «tecnico» come furono Einaudi o Ciampi), e così i premier, i presidenti di Camera e Senato sono invece eletti dai loro componenti, ma prima dagli elettori di una parte.

Insomma: non sono super partes all’origine, ma lo diventano interpretando correttamente il ruolo loro assegnato. Basta un breve memorandum per sincerarsi di come la storia dei presidenti delle Camere abbia visto l’ascesa di personaggi di diversa origine. C’è stato il caso di Giovanni Gronchi, che rappresentava una corrente di minoranza della Dc e fu portato nel ’48 al più alto scranno di Montecitorio da una maggioranza parlamentare alla quale solo in un secondo momento si associò la segreteria di piazza del Gesù. Vi furono altri capi corrente o segretari di partito, come Amintore Fanfani, o capi di partito come fu Giovanni Spadolini e lo stesso Pier Ferdinando Casini, che mantenne da presidente della Camera anche la presidenza dell’Udc. In definitiva: l’unica verifica che si dovrebbe (potrebbe) fare è quella della correttezza del comportamento del presidente, nel rispetto del regolamento, dei diritti della maggioranza e di quelli dell’opposizione. E quest’analisi la si potrebbe fare, stavolta più che mai, conoscendo di più la storia e i regolamenti. E anche sull’accezione stessa di super partes, argomento agitato o meno a seconda delle convenienze. Ma ipotesi aventiniane, o di scioglimento di una delle Camere, sono del tutto fuori luogo. Sono anzi ritenute una provocazione e un goffo tentativo di portare sul piano costituzionale una crisi eminentemente politica, che deve avere il suo sbocco in Parlamento. Solo dopo la constatazione dell’inesistenza di una maggioranza, il presidente avvierebbe le consultazioni, seguendo il dettato della Costituzione formale.





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