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Mercoled 1 Settembre 2010
Nessuna informazione al Quirinale

Perché fino alla partenza di Gheddafi da Ciampino il presidente Giorgio Napolitano non ha ricevuto la minima informazione sulla sua visita, né da Palazzo Chigi né dalla Farnesina? Un semplice incidente di percorso, ci auguriamo, uno dei tanti che hanno accompagnato il soggiorno italiano del leader libico. Ma la scortesia commessa nei confronti del Quirinale, e l'insieme delle bizzarrie senza risposta di cui è stato prodigo il Colonnello, ci offrono lo spunto per affrontare una questione più ampia e sempre meno eludibile.
Quando dice che criticare gli accordi italo-libici significa essere «prigionieri del passato», Berlusconi ha ragione. Ma il suo richiamo alla nostra storia e ai nostri interessi, per quanto corretto, non cancella la debolezza principale del profilo esterno dell'Italia in questi anni: la presenza, accanto a strategie del tutto legittime, di un tenace spregio della forma e della misura.

Beninteso, nei giorni scorsi a dimenticare tanto la forma quanto la misura è stato Gheddafi, non Berlusconi. È stato Gheddafi a mettere su un avanspettacolo di proselitismo islamico, è stato Gheddafi a proporre alle giovani e belle italiane un matrimonio liberatorio con libici campioni di tolleranza, è stato Gheddafi a provocare l'Europa sul tema dell'immigrazione clandestina e a stuzzicare l'America sul ritiro delle flotte dal Mediterraneo. Berlusconi non si è mosso, e per una volta la sua è stata una colpa di passività: niente limiti ragionevoli indicati ai libici nella preparazione del viaggio, niente risposte, amichevoli ma risposte, alle ripetute sparate dell'ospite. Anche così, per omissione, si può mancare alla forma e alla misura.


Berlusconi ricevuto da Gheddafi




Ma Gheddafi, in realtà, tra gli interlocutori dell'Italia ha il privilegio di fare eccezione. Perché con altri il Presidente del Consiglio silenzioso di sicuro non è.
I rapporti con l'America sono ottimi e non potrebbero essere diversi, né Berlusconi vorrebbe che fossero diversi. Ma allora, che senso ha tifare fuori tempo per l'amico Bush e abbandonarsi poi alle ormai storiche battute sugli Obama «abbronzati», unico in Occidente a non percepire l'estrema sensibilità del tasto razziale negli Usa?


Riteniamo più che giusto favorire un avvicinamento euro-russo, e non soltanto per soddisfare i nostri bisogni energetici o i nostri progetti di collaborazione industriale. Berlusconi ha fatto bene a facilitare le intese Nato-Russia di Pratica di Mare. Ma perché cadere nell'eccesso di un rapporto personale perfettamente acritico con quel Putin che due giorni fa ha giustificato le manganellate ai dissidenti e il dubbio processo a Khodorkovsky? Perché non riaffermare i nostri valori senza compromettere in alcun modo gli affari e nemmeno l'amicizia (Merkel docet)?
America e Russia, ecco due strategie cruciali che almeno nella direzione di fondo sono giuste. Ma se vogliamo per un attimo considerarle insieme, è davvero il caso che Berlusconi colga l'occasione del ricevimento per la festa nazionale israeliana e racconti (davanti a una platea di sbigottiti ambasciatori stranieri) come lui avesse «minacciato» Obama e Medvedev di non accoglierli al G-8 dell'Aquila in assenza di un previo accordo di disarmo tra loro? Aggiungendo che «difatti» Obama prima dell'Aquila è andato a Mosca, e con Medvedev ha deciso l'accordo (il quale accordo, naturalmente, aveva seguito un suo corso del tutto diverso)?
Fermiamoci qui. Perché anche questi brevi cenni, benché noti a chiunque segua la politica estera italiana, bastano a circoscrivere la questione che ci interessa: esistono, e sono la maggioranza tra quelle che contano, strategie internazionali del governo condivisibili in tutto o in parte che però non superano il test della credibilità internazionale, o si prestano alle critiche talvolta interessate (anche in Libia) dei nostri alleati, perché alla sostanza si affianca una forma talvolta troppo subalterna e talaltra troppo supponente. Il viaggio di Gheddafi, di tutta evidenza, rientra nella prima categoria. E riteniamo che sia legittimo lamentarsene, senza per questo rimanere «prigionieri del passato».






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