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Luned 15 Novembre 2021
All’Azienda vitivinicola Zýmē , San Pietro in Cariano, Verona, l’internazionale “Best of Wine Tourism of Excellence Award” 2021, per la categoria “Architettura e paesaggio”. Il riconoscimento è conferito dalle ‘Grandi Capitali del Vino’, alle miglior

Di solito, parlando di aziende vitivinicole, ci si riferisce, unicamente, alla produzione di uve e alla loro vinificazione, mentre, in effetti, le aziende vitivinicole ricoprono un grande ruolo anche, nella tutela della natura, madre della vite, del paesaggio, da essa e dall’impegno dell’uomo, creati, e, quindi, nell’enoturismo, che, fortemente contribuisce e contribuirà, sempre più, allo sviluppo economico e sociale, del territorio, in cui, tali aziende operano. Il quale, “come habitat rurale – così, Paolo Arena, rappresentante della Camera di Commercio di Verona, nel Comitato esecutivo di Great Wine Capitals – nel nostro caso, oltre a dare prodotti tipici, quale, il vino, è un possibile luogo di consumo “esperienziale” e di un incontro ravvicinato, con i valori di un’autentica cultura locale. Ne deriva che il turismo è valido strumento, per uno sviluppo sostenibile delle aree rurali periferiche, valorizzando esso tutti gli aspetti delle stesse: ambientali, sociali ed economici”. Per meglio comprendere il tutto e quanto segue, segnaliamo che i premi Best of Wine Tourism riconoscono l’eccellenza, fra le esperienze di turismo enologico. Siamo alla XIX edizione del Concorso Best of Wine, alla quale hanno partecipato – fra 447 candidati del globo – 132 imprese veronesi, delle quali, 35 hanno vinto il Premio e 5 si sono aggiudicate il Riconoscimento internazionale e sono state selezionate, per un anno di promozione internazionale, a tutti i livelli, per un più stretto rapporto, fra turismo e mondo del vino, nel quale, Verona, è saggia maestra. Importante l’azione della Camera di Commercio veronese, nel settore dell’enoturismo, che vede Verona unica città italiana, ad essere presente al Concorso, fra le seguenti città estere vincitrici: Adelaide, Australia; Bordeaux, Francia; Bilbao, Spagna; Città del Capo, Sud Africa; Losanna, Svizzera; Magonza, Germania; Mendoza, Argentina; Porto, Portogallo, e San Francisco-Napa Valley, USA. La Vitivinicola Zýmē, bisogna sottolineare, è stata premiata, certamente, per i suoi vini – il primo di essi, denominato, Harlequin - Zýmē, fu imbottigliato, nel 1999 – ma, soprattutto, tenuto conto dello scopo dell’Award in tema, per la grande e studiata attenzione, volta all’ambiente o, nel complesso, al concetto di sostenibilità, nella realizzazione della struttura e della forma, per così dire, muraria, della propria Cantina. Elementi ideati e, quindi voluti, da Celestino Gaspari, che, non ha dimenticato nulla, che avesse stretto riferimento alla natura e al rispetto della stessa, tanto è vero, che il vocabolo greco “Zýmē” – dato alla propria azienda, da Gaspari, avendo egli, in gioventù, frequentato il Liceo Classico, prima di dedicarsi a vini di qualità – significa “lievito”, elemento fondamentale, nel mondo dell’enologia, ma anche elemento simbolico, che richiama la naturalità, valore basilare, nel percorso lavorativo ed esistenziale, di Gaspari stesso, e il fermento, inteso come attitudine continua alla trasformazione, nel proseguimento. In sintonia con questa filosofia, il logo dell’Azienda è dato da una foglia di vite – varietà Rondinella, uva a bacca rossa, tipica del territorio – in cui è inscritto un pentagono, simbolo dei cinque elementi principali, per la produzione del vino: uomo-vite-terra-sole-acqua. Ristabilire un perfetto habitat, dove uomo e natura sono in perfetta simbiosi è, infatti, il punto di partenza e di arrivo di un nuovo umanesimo della terra, di cui Celestino e il greco Zýmē si fanno portatori, e che ha come obiettivo quello di instaurare un rinnovato rapporto, con l’ambiente, dove l’uomo è il naturale custode del territorio: colui che lo protegge, ma anche colui, che è capace di rinnovarlo, reinterpretandolo”. Ottime considerazioni, inusuali, straordinarie, nel nostro tempo, che sottolineano, come l’uomo non possa basare il suo agire, solo sul materiale, ma, come egli debba, al tempo, prestare attenzione anche a “valori” essenziali, atti a dare senso alla vita. In questo quadro, Celestino è riuscito a trasformare, profondamente innovando, nei primi anni Dieci del trascorso anno 2000, un’ampia area calcarea e rocciosa, allargandola, e, sotto la quale, a 15 m di profondità, si estendono ulteriori, grandi spazi, nei quali, come in superficie, sono allocati, come in tutte le cantine, del resto, innumeri botti, parte, in rovere francese, e parte, in rovere di Slavonia, atte ad affinare i vini, talvolta, sino a nove anni, i quali, fra l’altro, godono, nella cantina, in roccia – ideata e realizzata, nel massimo rispetto dell’ambiente – di perfettamente adatte temperatura ed umidità. Temperatura ed umidità apportate anche, da un abbondante rigagnolo d’acqua, in costante attività, anche d’inverno – trovato, durante i lavori di scavo della roccia stessa, per creare spazio alla Cantina, allora in divenire; l’osservazione di tale corso d’acqua, è facilitato da un apposito punto d’osservazione, i cui visitatori, in tal modo, legano una cultura del vino a quella, guarda caso, idrogeologica. Quanto alla parte esterna della Cantina, non destinata quindi, alla produzione vinicola, essa era un’area abbandonata di una ex cava di materiali calcarei, impiegati, in passato, nell’edilizia, in San Pietro in Cariano, e, successivamente, sino al 2014, di un grande deposito di legname d’opera…, mentre, la stessa, dovutamente rivista, appare, oggi, a voluta forma di pentagono, riproducente, in aspetto stilizzato, come cennato, una foglia di vitigno della specie “Rondinella”, la cui uva è essenziale, nella produzione dei migliori vini del Valpolicella. Certo, ci siamo, forse ripetuti, ma ci troviamo dinanzi ad un’iniziativa, che merita il massimo complimento, dando essa forma pratica al concetto di Cultura d’azienda, frutto di uno Zýmē, che è passione e sensibilità, verso il vero ‘bello’, verso l’ambiente e verso il territorio, che ne viene valorizzato, coniugate felicemente, con la materiale esigenza di porre mano alla vinificazione, mai trascurando il grande principio della massima qualità del prodotto. “Il vino va inteso, come simbolo di un modo di vivere autentico e in sintonia con la natura, di cui l’uomo è custode e abile interprete. È questa, in sintesi, la filosofia di Celestino Gaspari, che, per il suo progetto enologico, ha scelto, dicevamo, in precedenza, il termine greco Zýmē, ovvero “lievito”, elemento chiave per l’avvio della fermentazione e, più in generale, attitudine continua al cambiamento e all’evoluzione, sia a livello lavorativo che esistenziale”, si legge su “Civiltà de bere”, 1/2019. Chiudiamo le nostre considerazioni, rispondendo alla domanda “Perché Harlequin - Arlecchino” – voci, in precedenza citate, attribuite ad un vino, innovativo e particolare, di Celestino? Rispondiamo, con la definizione, che leggiamo, sulla copertina dell’interessante libro, di Fillippo Tommasoli, ”Natura alchemica, Celestino Gaspari e gli straordinari vini di Zýmē - Harlequin”, Edizioni Tommasoli, Cortella Poligrafica srl, Verona, 2019”: Arlecchino è nella storia della Commedia dell’arte italiana. Su un immutabile canovaccio, l’attore recitava a soggetto, interpretando l’astuzia dell’uomo, il sentimento del personaggio, l’umore del pubblico. Anche Harlequin, questo vino, recita a soggetto. Su un preciso progetto, s’innestano l’arguzia del contadino, la professionalità del vinaiolo, la genialità del territorio, le bizzarrie delle stagioni. L’etichetta ne è la sintesi: un canovaccio bianco, le chiazze di colore (gli gnocchi - i macaròni - del costume d’un affamato Arlechino) e, in filigrana, la maschera. E poi la lacrima rosso rubino, dolce-amara, della vigna e della “màscara”. Hanno consegnato ufficialmente il Premio a Celestino Gaspari, fondatore di Harlequin (termine inglese, per gli amanti del vino di tale lingua) -Zýmē, Paolo Arena, a nome della Camera di Commercio scaligera, e il segretario generale della Camera stessa, Cesare Veneri: un alto riconoscimento a Celestino e instancabile realizzatore della Cultura d’impresa, senza della quale non vi è crescita economica e, tantomeno, sociale. Ne risentono, al tempo, positivamente, non solo Verona e la Valpolicella, ma anche Regione Veneto, tanto che il presidente, Luca Zaia, così si è espresso, il 14.11 scorso:” Un nuovo riconoscimento, che tiene su gli scudi il Veneto, sia in campo enologico, sia in campo turistico. Mi congratulo con l’azienda Zymè, per questa affermazione, che conferma, come i nostri imprenditori vitivinicoli sappiano coniugare cultura d’impresa, qualità enologica, promozione del territorio”. Siamo di fronte a un premio, che si celebra in concomitanza con la conferenza mondiale delle Grandi Capitali del Vino – ha sottolineato il Presidente -. Una ulteriore conferma che il Veneto è uno dei protagonisti internazionali del mondo enologico, non solo per l’eccellente qualità della produzione, ma per la sensibilità all’accoglienza del viaggiatore, che intende conoscere i territori, attraverso questa realtà”. Nella foto, da sinistra: Paolo Arena, Celestino Gaspari e Cesare Veneri), in un momento della consegna del Premio internazionale.


Pierantonio Braggio




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