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| Sabato 6 Giugno 2026 |
Lavoro nero e caporalato: in Veneto giro d’affari di 5,2 miliardi l’anno. CGIA Mestre, 6.6.26
“Ammonta a 5,2 miliardi di euro il volume d’affari annuo riconducibile al lavoro irregolare presente in Veneto. Se questo importo lo rapportiamo al valore aggiunto totale regionale, la quota è pari al 3 per cento. Tra tutte le regioni d’Italia solo la Provincia Autonoma di Bolzano e Lombardia presentano un’incidenza inferiore alla nostra. Questo vuol dire che il peso del “nero” in Veneto è molto contenuto. Tuttavia, questa piaga sociale deve essere monitorata costantemente e contrastata ovunque essa si annidi: la tragedia che si è consumata qualche settimana fa, a Chioggia, e il comportamento ignobile e criminale tenuto sempre recentemente da due imprenditori agricoli, a Bassano del Grappa, ci impongono di mantenere molto altro il livello di attenzione sul fenomeno dell’economia sommersa. Tornando ai numeri, le persone coinvolte nella nostra regione dall’economia sommersa sono stimate in 169.100 unità, pari al 6,5 per cento del totale nazionale. In termini assoluti l’esercito dei lavoratori invisibili è importante anche se, ovviamente, si ridimensiona quando lo rapportiamo al numero degli occupati. Infatti, il tasso di irregolarità del Veneto è al 7,2 per cento e tra tutte le aree monitorate solo la Provincia Autonoma di Bolzano con il 6,9 per cento ha un tasso inferiore al nostro. Pur non essendoci dati a livello regionale, siamo in grado di stimare con buona approssimazione che anche in Veneto i settori dove si concentra il maggior numero di lavoratori irregolari sono i servizi alla persona (colf e badanti), l’agricoltura, il settore delle attività artistiche, intrattenimento-giochi e le costruzioni. Quelli appena richiamati sono alcuni dati emersi da un’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA. Il “nero” è diffuso soprattutto in Calabria, Campania e Sicilia. Come dicevamo, il valore aggiunto prodotto nel 2023 dal lavoro irregolare in Italia è stato pari a 77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nordest. Se misuriamo la propensione al “nero” delle regioni, ovvero l’incidenza percentuale dell’ammontare riconducibile al valore aggiunto del lavoro irregolare sul valore aggiunto totale regionale, la quota più elevata, pari all’8,3 per cento, interessa la Calabria. Seguono la Campania con il 7 per cento, la Sicilia con il 6,4 per cento e la Puglia con il 6,3 per cento. La media nazionale è del 4 per cento. Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 979.500 sono ubicati nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nordest. Se calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero degli irregolari e il totale occupati per regione, la presenza più significativa si registra sempre nel Sud e, in particolare, in Calabria con il 17,9 per cento. Seguono la Campania con il 14,4 per cento e la Sicilia con il 14 per cento. Il dato medio Italia è del 10 per cento. Un fenomeno in piena evoluzione. Il caporalato e lo sfruttamento del lavoro rappresentano una grave violazione dei diritti fondamentali della persona. Le conseguenze non ricadono soltanto sui lavoratori vittime di questi abusi, ma anche sulle imprese oneste, che rispettano le regole e applicano correttamente i contratti di lavoro, e sulle organizzazioni impegnate nel contrasto all'illegalità. Lo sfruttamento lavorativo si intreccia con numerose problematiche sociali, tra cui l'immigrazione irregolare, la tratta di esseri umani, il lavoro sommerso, la sicurezza nei luoghi di lavoro e l'emarginazione sociale. Inoltre, il fenomeno è in continua evoluzione e trova nuovi strumenti e modalità operative, anche attraverso le tecnologie digitali. Se in passato il caporalato era prevalentemente associato all'agricoltura e all'edilizia, oggi interessa un numero crescente di settori produttivi, soprattutto quelli caratterizzati da un'elevata intensità di manodopera e da minori tutele contrattuali. Secondo i dati dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro, agricoltura ed edilizia continuano a registrare il maggior numero di casi accertati, ma situazioni rilevanti emergono anche nella logistica e nell'assistenza domiciliare. Accanto alle forme tradizionali di sfruttamento, si stanno infine diffondendo nuove modalità riconducibili al cosiddetto "caporalato digitale". In questi casi il ruolo del caporale viene sostituito da piattaforme informatiche, software e algoritmi che organizzano, controllano e valutano l'attività dei lavoratori, arrivando talvolta a determinarne l'accesso o l'esclusione dal mercato del lavoro (leggi rider). Caporalato e agroalimentare. Da sempre il fenomeno del lavoro neroforzato è legato al caporalato. Anzi, in moltissimi casi il primo è l’anticamera del secondo non solo in agricoltura o nell’edilizia, ma anche nel tessile, nella logistica, nei servizi di consegna e di assistenza. Ad essere sfruttati sono i più fragili, come le persone in condizione di estrema povertà, gli immigrati e le donne. Il comparto maggiormente investito da questa piaga sociale ed economica è sicuramente l’agricoltura. Lo sfruttamento della manodopera in questo settore è riconducibile alla presenza simultanea di queste criticità: l’uso massiccio della forza lavoro per brevi periodi e in luoghi isolati, che spesso portano alla creazione di insediamenti abitativi informali le condizioni inadeguate sia dei servizi di trasporto che di alloggio lo status giuridico precario o irregolare di diversi lavoratori migranti. Fenomeni di sfruttamentocaporalato ai danni degli immigrati sono presenti da moltissimi decenni nell’Agro Pontino (LT), nell’Agro nocerino-sarnese (SA), a Villa Literno (CE), nell’area della Capitanata (FG) e nella Piana di Gioia Tauro (RC). Senza contare che da almeno venti anni decine e decine di casi sono stati scoperti e perseguiti dalle forze dell’ordine anche nelle aree agricole del Nord. In particolare in Piemonte, in Lombardia, in Veneto e in Emilia Romagna. Stop al monopolio dei grandi committenti. Il massacro avvenuto nei giorni scorsi ad Amendolara (CS) è quasi sicuramente riconducibile allo sfruttamento e alle pratiche schiavistiche praticate da pseudo-imprenditori agricoli-organizzazioni criminali presenti in quella zona. Spesso, sfruttando lo status irregolare dei migranti, questi soggetti coinvolgono questi lavoratori provenienti dall’estero senza garantire contratti regolari, pagando salari bassi e innescando una serie di problemi legati all’alloggio, ai trasporti e ai servizi sociali. Tuttavia non va dimenticato che in molti casi queste condotte criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti che continuano a spremere i piccoli agricoltori, che per rimanere sul mercato sono costretti a ridurre gli stipendi della manodopera, alimentando così ancor più il sistema del caporalato. Segnaliamo che da alcuni anni l'Italia ha recepito la Direttiva europea 2019633 contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare e ha introdotto specifiche limitazioni alle vendite sottocosto. Nonostante ciò, secondo molte organizzazioni sindacali degli imprenditori agricoli, il forte potere contrattuale dei grandi marchi continua a comprimere i margini di numerosi piccoli produttori. Va inoltre ricordato che la legislazione italiana esclude proprio dal campo di applicazione di questa norma i conferimenti effettuati dai soci alle cooperative e alle organizzazioni di produttori. Quindi, oltre a modificare la legge nazionale includendo anche questi soggetti tra coloro che non possono tenere pratiche commerciali sleali, bisognerebbe incentivare l’attività ispettiva, garantendo, nel contempo, un forte aumento degli investimenti pubblici nel settore del trasporto e soluzioni abitative temporanee che consentano anche a questi lavoratori una vita dignitosa”. Lavoro nero. Due pessimi termini, un male, che significa, come sopra detto, sfruttamento e completa assenza di rispetto per la dignità della persona. Persona, poi, che, già di per sé, si trova in pessime condizioni economiche e, quindi, di vita in generale. Maggiori e approfonditi controlli potranno essere, sicuramente, utili ad almeno limitare tale triste situazione. Tuttavia, per esempio, se è vero che “il comparto maggiormente investito da questa piaga sociale ed economica è sicuramente l’agricoltura”, studiamone bene il motivo e facciamo anche in modo di facilitare o alleggerire la stessa da ostacoli, in modo di estirpare, il più possibile, il fenomeno in tema.
Pierantonio Braggio

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