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| Gioved 2 Luglio 2009 |
Padova. Traffico di rifiuti, carabiniere passava notizie all'imprenditore arrestato
I carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Venezia hanno tenuto sotto controllo i telefoni dell’imprenditore Loris Levio per quasi due anni. Il presunto traffico di rifiuti pericolosi con la Cina si andava delineando giorno dopo giorno.
In ogni colloquio che l’imprenditore aveva con i suoi collaboratori c’era qualcosa che andava ad aggiungersi al castello di accuse che gli investigatori stavano costruendo nei confronti del titolare della Levio Loris srl. Poi è iniziata una serie di telefonate che ha fatto accapponare la pelle agli uomini dell’Arma del Noe. L’imprenditore era costantemente informato sulle indagini da un sottufficiale dei carabinieri. Suo amico. Un uomo in divisa di una caserma locale con il quale si dava del tu. E questo lo avvertiva di tutto quello che riusciva a sapere sulle indagini. Comprese le date delle ispezioni che gli investigatori programmavano negli impianti della ditta, che hanno sede a Grantorto, Selvazzano Dentro, Vigonza e Badia Polesine.
Gli uomini del Noe non hanno mosso un dito. Hanno continuato a controllare e a catalogare anche le telefonate tra l’imprenditore e il collega della stazione locale dei carabinieri. Per dimostrare che Levio aveva una "talpa" che lo informava, gli investigatori del Noe hanno fissato una data-trabochetto per una fantomatica ispezione. Levio sarebbe stato subito informato. Sono andati qualche giorno dopo. E quando li ha visti arrivare l’imprenditore sarebbe rimasto molto sorpreso. Adesso c’è un’inchiesta parallela a quella del presunto traffico di rifiuti pericolosi.
L’indagato è il carabiniere, presunta "spia" dell’imprenditore di Grantorto. L’inchiesta è stata aperta dal pubblico ministero Silvia Scamurra, che coordina le indagini sullo scandalo.
L’accusa sostiene che Loris Levio, rappresentante e amministratore di fatto della società Levio Loris srl, è il capo indiscusso e l’organizzatore di tutte le attività della società. I suoi collaboratori fidati nel presunto traffico illegale sarebbero stati Francesco Busana, in particolare per il traffico di rifiuti con la Cina, e Maurizio Biasibetti, responsabile commerciale. Ma la collaborazione sarebbe terminata prima del blitz e gli inquirenti ignorano le motivazioni. Le intercettazioni telefoniche, sostiene sempre l’accusa, hanno evidenziato che l’imprenditore costituiva il punto di riferimento per i dipendenti delle società per qualsiasi attività interna ed esterna.
Nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere l’imprenditore, il giudice Paola Cameran accoglie la tesi del pubblico ministero Scamurra, secondo la quale Levio doveva venire arrestato per permettere agli investigatori di completare le indagini. Sarebbe concreto il pericolo che Levio commetta altri delitti della stessa specie per i quali procedono gli inquirenti. L’accusa dice che l’indagato ha eretto la gestione illecita dei rifiuti ad attività professionale traendo dalla stessa ingenti guadagni. Si sarebbe dimostrato capace di gestire una struttura aziendale complessa, articolata in più sedi a finalità criminose.
Avrebbe posto in essere un gran numero di azioni illecite non curante spregiudicatezza dentro l’arco temporale delle intercettazioni telefoniche, e gli inquirenti sostengono che non c’è motivo di supporre che quello che emerge dalle registrazioni sia diverso dal modo di operare che aveva prima l’imprenditore.
Levio avrebbe trattato illecitamente ingenti quantitativi di rifiuti dei quali si è persa traccia con grave pericolo per l’ambiente e per le persone che hanno lavorato i resti inquinanti. Inoltre, l’indagato avrebbe mostrato nei fatti totale indifferenza anche agli accertamenti dei suoi illeciti effettuati dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico.
Si sarebbe preoccupato unicamente di approntare procedure per sfuggire all’azione di contrasto con l’appoggio della presunta "talpa".

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