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Domenica 10 Luglio 2022
L’Inflazione, è una patrimoniale da 92 miliardi, sui nostri conti correnti ed è 18 volte più cara del prelievo Amato del 1992…, evidenzia CGIA Mestre. Che suggerisce quali contromisure mettere in atto.

Ci permettiamo – senza volere apparire sapienti – pima di riportare, di seguito, l’esauriente studio di CGIA Mestre, che annunciamo, nel titolo, qualche considerazione allo stesso propedeutica, anche se, per molti, certamente nota. A dire il vero, una differenza, fra le voci inflazione e patrimoniale, sebbene, queste due ultime voci, siano già esatte definizioni, c’è: inflazione, corrisponde al concetto, per cui, più o meno lentamente, senza imposizioni fiscali, da parte di uno Stato, si riduce il valore del denaro, ossia, delle disponibilità accantonate, del cittadino; una patrimoniale è, quasi inutile dirlo, è un prelievo di denaro fresco, da parte di uno Stato, sulla liquidità o su altri prodotti di risparmio, d’un depositante o d’un risparmiatore. Alla fine dei conti, però, bisogna proprio dire così, gli effetti delle due voci, in tema, sono purtroppo uguali: nella tasca, nel conto, nella disponibilità del cittadino, resta sì il denaro, liquido o investito, nella quantità numerica o nominale iniziale, depositata o investita – per esempio, 10.000.-€ –, talché, volendo prelevare o disinvestire, si riceve tale somma, ma, il valore effettivo della stessa, detto potere d’acquisto, ad un tasso d’inflazione, per esempio, al 10%, quale esso è oggi, s’assottiglia a 9000.-€, ossia, 10.000.-€, meno 1000.-€, persi in inflazione, diretta derivazione dell’aumentato costo della vita, sempre, che la stessa resti ferma a tale percentuale. Ciò, per chiarire che, se, senza inflazione, con 10.000.-€, in precedenza, potevo fare acquisti, per tale somma, oggi, posso farne, solo, per 9000.-€. Insomma, agli effetti pratici, l’inflazione, pur non essendo frutto d’imposizione fiscale, ha lo stesso effetto di quest’ultima, pesando, fra l’altro, più maledettamente, sulle piccole somme. Scrive, dunque, l’Ufficio Studi di CGIA Mestre:”L’inflazione è una tassa della peggior specie, perché colpisce soprattutto chi ha meno. In talune condizioni gli effetti che sprigiona sono ancor più preoccupanti; in particolar modo, quando si “abbatte” come una patrimoniale sui conti correnti. In un momento di difficoltà come questo, le famiglie pensano di avere il proprio “gruzzoletto” al sicuro; in realtà è un’illusione monetaria, poiché una parte dei risparmi è destinata a “evaporare”. Di quanto? A fare i conti ci ha pensato l’Ufficio studi della CGIA. In termini puramente teorici, infatti, in questo ultimo anno l’aumento dell’inflazione è costato agli italiani oltre 92 miliardi di euro. Come è giunto a questo risultato? Tenendo conto che in questi ultimi 12 mesi il tasso di interesse applicato dagli istituti di credito sui depositi bancari si è aggirato attorno allo zero e l’inflazione, invece, è cresciuta dell’8 per cento1, a risparmi invariati, che al 31 dicembre scorso ammontavano complessivamente a 1.152 miliardi, il caro vita ha eroso questi ultimi di 92,1 miliardi di euro. Il 6 per mille imposto da Amato ci costò 18 volte di meno. L’aspetto per certi versi singolare di tutta questa vicenda è che le persone faticano a cogliere e quantificare gli effetti negativi dell’inflazione sui risparmi. A distanza di 30 anni, ad esempio, tutti ricordano ancora con grande rabbia il prelievo straordinario del 6 per mille imposto dall’allora Governo Amato sui conti correnti degli italiani. Nell’estate del 1992, infatti, quella misura costò alle famiglie 5.250 miliardi di lire, ovvero 2,7 miliardi di euro. Rivalutando questo importo a maggio 2022, il prelievo sale a 5 miliardi di euro; praticamente un “sacrificio” economico 18 volte inferiore ai 92 miliardi stimati, in quest’ultimo anno, dall’Ufficio studi della CGIA. Lombardia, Lazio e Veneto le regioni più penalizzate. Come era prevedibile, a livello territoriale il costo più salato l’hanno pagato i risparmiatori delle regioni più ricche: in Lombardia la perdita di potere di acquisto è stata di 19,4 miliardi, nel Lazio di 9,3, in Veneto di 8,3 e in Emilia Romagna di 8,1. Desta sicuramente molta sorpresa il risultato emerso dal confronto tra le macro aree geografiche del Paese. Se a Nordovest il “prelievo” è stato di ben 29,8 miliardi, nel Mezzogiorno invece ha raggiunto quota 22,8 miliardi; un dato, quest’ultimo, superiore ai 20,7 miliardi registrati nel Nordest e, ancor più, rispetto ai 18,8 miliardi riconducibili al Centro. Stiamo scivolando verso la stagflazione. Il pericolo che la nostra economia stia scivolando lentamente verso la stagflazione è molto elevato. Quest’ultimo è un termine ai più sconosciuto, anche perché si manifesta raramente, ovvero quando ad una crescita economica molto bassa (se non addirittura negativa) si affianca un’inflazione molto elevata che provoca un aumento del tasso di disoccupazione. Un quadro economico che in tempi relativamente brevi potrebbe verificarsi anche in Italia. Con le difficoltà legate alla pandemia, agli effetti della guerra in Ucraina, all’aumento dei prezzi delle materie prime e dei prodotti energetici rischiamo, nel medio periodo, di veder scivolare la crescita economica verso lo zero, con una inflazione che, invece, potrebbe raggiungere a breve le due cifre. Le contromisure, da prendere. Contrastare la stagflazione, segnala l’Ufficio studi della CGIA, è un’operazione molto complessa. Per attenuare la spinta inflazionistica, gli esperti sostengono che le banche centrali dovrebbero contenere le misure espansive e aumentare i tassi di interesse, operazione che consentirebbe di diminuire la massa monetaria in circolazione. E’ evidente che avendo un rapporto debito/Pil tra i più elevati al mondo, con l’aumento dei tassi di interesse l’Italia registrerebbe un deciso incremento del costo del debito pubblico. Un problema che potrebbe minare la nostra stabilità finanziaria. Bisognerebbe, infine, intervenire simultaneamente almeno su altri tre versanti: in primo luogo, attraverso la drastica riduzione della spesa corrente e, in secondo luogo, con il taglio della pressione fiscale, unici strumenti efficaci in grado di stimolare i consumi e per questa via alimentare anche la domanda aggregata di beni e servizi. Operazioni, queste ultime, non facili da applicare in misura importante, almeno fino a quando non verrà “rivisto” il Patto di Stabilità a livello europeo. Infine, dovremmo assolutamente introdurre un tetto al prezzo del gas e del carburante. Due voci, che in questi ultimi 12 mesi hanno contribuito in misura determinante ad innalzare pericolosamente il nostro livello di inflazione”.
Dettagli importanti e suggerimenti saggi, dunque – ridurre la spesa corrente dello Stato e taglio della pesante pressione fiscale, accompagnato, noi aggiungiamo, dall’eliminazione, al massimo possibile, di burocrazia, per dare respiro alle imprese, base essenziale della crescita economica. Cogliamo, l’occasione, ora, per tornare sul problema inflazione, vero e proprio: tenuto presente che vi sono varie cause, creatrici d’inflazione – da eccessiva spesa pubblica, da forte domanda di beni, non disponibili, da rincaro delle materie prime e delle energie, da non fornitura, dallì’estero, di congegni tecnologici, da carovita, con aumenti esagerati ed ingiustificati, da avvenimenti internazionali negativi ed altro – segnaliamo, che in passato, prima dell’introduzione, da parte della BCE, del quantitative easing o allentamento monetario – che, peraltro, sta, oggi, cessando – e tassi a zero, la modesta inflazione esistente, era meno pressante, come fenomeno, sui portafogli di consumatori e risparmiatori, anche perché gli stessi potevano contare su un pur modesto rendimento da titoli di Stato, che, ora, manca e si fa sentire… In merito, un particolare: nei primi anni Ottanta del 1900, dominava un’inflazione superiore al 20%, ma, i BTP rendevano anche il 18% netto, visto che gli stessi erano “esenti, da ogni imposta, presente e futura”: fatti questi, che, pur nel male finanziario del tempo, erano di grande sostegno, che oggi manca, a risparmiatori e a famiglie.

1 Istat, Prezzi al consumo, Roma 1 luglio 2022
2 In questa simulazione si è ipotizzato che il tasso di crescita dell’inflazione registrato nell’ultimo anno sia lo stesso per tutte le regioni.
Pierantonio Braggio





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