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Venerd 12 Agosto 2022
“Costi alle stelle, un chilo di carne dovrebbe costare 12 euro”

Confagricoltura fa la stima dei prezzi che dovrebbero avere i prodotti per consentire alle aziende di sopravvivere: 2,5 euro un libro di latte, 8 euro un chilo di albicocche

Zoccante: “Arrivate le bollette della luce: una mazzata, gli allevatori non ce la fanno più”

“Verona, 11 agosto 2022 – Dodici euro in media per un chilo di carne, 2,5 euro per un litro di latte, 8 euro per un chilo di albicocche. Sono i prezzi che dovrebbero costare questi prodotti, secondo una stima di Confagricoltura, per garantire una giusta retribuzione alla filiera agroalimentare. Prezzi impossibili, che il consumatore non si potrebbe mai permettere. Ma con i rincari attuali i produttori lavorano in perdita e anche le famiglie sono comunque in difficoltà, perché i continui aumenti costringono ad alleggerire il carrello della spesa per far tornare i conti. “Sono arrivate le bollette dell’energia elettrica e per gli agricoltori è una mazzata – dice Diego Zoccante, presidente degli allevamenti avicoli di Confagricoltura Verona -. Ci sono allevatori che dovranno pagare migliaia e migliaia di euro, cinque volte rispetto all’anno scorso. Con il caldo africano di questi mesi noi allevatori abbiamo dovuto far andare al massimo i ventilatori nelle stalle per garantire il benessere agli animali. Nell’estate 2021 la quota energia, in bolletta, si pagava 8-10 centesimi a kilowatt, adesso stiamo parlando di 50. Un aumento del 500%. Non ce la facciamo più ad andare avanti, le spese stanno superando in maniera abnorme i guadagni. Il gasolio è andato alle stelle. Il prezzo dei fertilizzanti è aumentato del 130%, i mangimi pure. E i nostri consulenti prevedono ulteriori aumenti in autunno e inverno per la crisi delle materie prime, l’inflazione e la guerra”. A fronte di simili rincari, anche i prezzi dovrebbero essere ritoccati di parecchio per riequilibrare le retribuzioni lungo la filiera. Il latte, che alla fine del 2021 era stato portato a 42 centesimi al litro, dovrebbe esserci pagato 80 centesimi agli allevatori per coprire le spese. Così sugli scaffali un brik potrebbe arrivare a costare 2,50 euro. E la carne? Oggi in media un chilo costa 8 euro, ma servirebbe un ritocco in su almeno del 50% per ristabilire gli equilibri. La frutta? Dovrebbe costare da 8 a 10 euro al chilo. “In realtà non si può, perché vanno fatti ritocchi minimi per garantire il potere d’acquisto delle famiglie – dice Zoccante -. A rimetterci, però, è il primo anello della catena produttiva, cioè gli agricoltori, che non riescono a scaricare in alcun modo gli aumenti che stanno subendo. La grande distribuzione, invece, riesce a fare sempre benissimo i propri conti, perché mantiene bassa la nostra remunerazione, ma sugli scaffali ritocca i cartellini. Oggi noi prendiamo dai 25 ai 30 centesimi al chilo per il tacchino vivo. Poi, se compri un petto nel banco frigo, lo paghi 15 euro al chilo. Quindi alla grande distribuzione diciamo: dateci 10 centesimi in più, basterebbero a noi per avere un minimo guadagno e per loro sarebbe un esborso ininfluente. Se così non sarà, l’inverno prossimo assisteremo a un bagno di sangue: tante aziende si fermeranno per mancanza di remunerazione”. Il conflitto in Ucraina ha aggravato la situazione relativa ai prezzi dei cereali, degli oli vegetali, dei fertilizzanti e dei carburanti. La siccità e il caldo di questa torrida estate 2022 hanno aggiunto sofferenza a sofferenza, riducendo in maniera pesante le produzioni (-30% di grano, -50% di mais) e appesantendo i costi dell’energia elettrica e dell’acqua per irrigare i campi. “Alcuni distributori ci chiedono fidejussioni per fare i contratti, tanto è instabile il mercato. È una situazione esplosiva, ormai insostenibile”, chiude Zoccante”.
Tutta l’economia, mondiale e nazionale, si trova in pesantissime difficoltà, ma, non da oggi, l’importante, insostituibile, e, quindi, essenziale, settore agricolo, che significa “vita”, per l’uomo, viene a trovarsi in gravissime difficoltà. Ma, quanto, soprattutto, spiace è sentire della grande differenza, che si crea, fra quanto viene riconosciuto all’agricoltore – che dedica, durante tutto l’anno, impegno, lavoro e mezzi, non senza sacrificio, alla propria terra e alla propria stalla – e i prezzi al dettaglio. Prezzi, poi, come sopra ben descritto, che, alla fine, creano meno acquisti e minore potere d’acquisto al consumatore. La proposta sopra riportata –10 cent, in più all’agricoltore, per cessioni dello stesso all’ingrosso, in direzione dettaglio – ci appare giusta, dovuta e, certamente, realizzabile. Nella foto: Diego Zoccante. Pierantonio Braggio







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