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Domenica 9 Giugno 2024
Ogni giorno i veneti producono 538 milioni di euro di Pil. Padova è la locomotiva della regione, ma come produttività, la leadership spetta a Vicenza.

Ogni giorno, il Veneto produce 538 milioni di euro di Prodotto interno lordo (Pil) che, convenzionalmente, è misurato attraverso la somma dei beni e dei servizi finali generati, in un determinato arco temporale. Si dice interno perché si riferisce a quello che viene prodotto da imprese venete, da aziende di altri territori italiani e da realtà produttive estere, presenti nella nostra regione. Questi 538 milioni corrispondono a quasi 111 euro di Pil al giorno, per ogni cittadino veneto, neonati e ultra centenari compresi. In Italia il dato medio è pari a 99 euro pro capite. Le differenze regionali sono evidentissime: se in Trentino Alto Adige il Pil per abitante giornaliero è pari a 146 euro, in Lombardia è di 131,8, in Valle d’Aosta 130,1, in Emila Romagna 118,9 e in Veneto 110,8. Per contro, in Campania il Pil pro capite al giorno è di 63,4 euro, in Sicilia 60,1 e in Calabria 57,9. Dal confronto con gli altri Paesi dell’Unione europea scontiamo un gap importante, soprattutto nei confronti dei Paesi del Nord Europa. Se in Lussemburgo la ricchezza giornaliera per abitante è di 336 euro, in Irlanda è di 266, in Danimarca di 179, nei Paesi Bassi 164, in Austria 149, in Svezia 145 e in Belgio 140. Tra i 27 Paesi dell’UE ci collochiamo al 12° posto. Non abbiamo più le grandi imprese. Come leggere il risultato che emerge dal confronto, sia regionale, che europeo riportato più sopra? In primis, va sottolineato che i Paesi con pochi abitanti, ma con una presenza importante di attività finanziarie, presentano tendenzialmente livelli di ricchezza nettamente superiori agli altri. In secundis, va segnalato che l’Italia e anche il Veneto sono realtà che non dispongono più di grandissime imprese e di multinazionali, ma sono caratterizzate da un sistema produttivo composto quasi esclusivamente da micro e Pmi ad alta intensità di lavoro che, mediamente, registra livelli di produttività non elevatissimi, eroga retribuzioni più contenute delle aziende di dimensioni superiori, condizionando così l’entità dei consumi, con livelli di investimenti in ricerca e in sviluppo inferiori a quelli in capo alle grandi realtà produttive. Fino ai primi anni ’80, però, eravamo leader. Ora lo siamo grazie alle Pmi. Al netto dell’inflazione, in questi ultimi 30 anni le retribuzioni medie degli italiani sono rimaste al palo, mentre in quasi tutta UE sono aumentate. Tra le cause di questo risultato sono da annoverare la crescita economica asfittica e un basso livello della produttività del lavoro che dal 1990 ha interessato tutto il nostro Paese, soprattutto nel settore dei servizi. Una delle cause di questo risultato va ricercato anche nel fatto che, a differenza dei nostri principali competitori europei, in questo ultimo trentennio, la competitività del nostro Paese ha risentito dell’assenza delle grandi imprese. Queste ultime sono pressoché scomparse, non certo per l’eccessiva numerosità delle piccole realtà produttive, ma a causa dell’incapacità dei grandi player, spesso di natura pubblica, di reggere la sfida innescata dal cambiamento provocato dalla caduta del muro di Berlino e da “Tangentopoli”. Sino agli inizi degli anni ’80, infatti, l’Italia era tra i leader europei - e in molti casi anche mondiali - nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’alluminio, nell’informatica, nell’auto e nella farmaceutica[1]. Grazie al ruolo e al peso di molti enti pubblici economici (Iri, Eni ed Efim) e di grandi imprese sia pubbliche che private (Montecatini, Montedison, Enimont, Montefibre, Alfa Romeo, Fiat, Pirelli, Italsider, Polymer, Sava/Alumix, Olivetti, Angelini, etc.), queste realtà garantivano occupazione, ricerca, sviluppo, innovazione e investimenti produttivi. La storia di Porto Marghera, ad esempio, si rispecchia nettamente in questa narrazione. E a distanza di quasi 45 anni, purtroppo, abbiamo perso terreno e leadership in quasi tutti i settori in cui primeggiavamo. E ciò è avvenuto non a causa di un destino cinico e baro, ma da alcuni avvenimenti che hanno cambiato il corso della storia: la caduta del muro di Berlino, ad esempio, ha riunificato l’Europa, ha riattivato i rapporti commerciali con i Paesi presenti oltre la “cortina di ferro”, spingendo fuori mercato molte delle nostre grandi aziende impiegate nei settori dove eravamo leader. Altrettanto dirompenti per il nostro paese sono stati gli effetti provocati da “Tangentopoli”, che hanno messo a nudo i limiti, in particolare, di molte imprese a partecipazione statale che fino allora erano rimaste attive grazie al mercato protetto in cui operavano e ai sostegni politici che avevano ricevuto dalla quasi totalità dei partiti presenti nella cosiddetta “prima Repubblica”. Nonostante ciò, in questi ultimi 30 anni l’Italia è rimasta tra i paesi economicamente più avanzati del mondo e questo lo deve alle sue Pmi, che continuano a “dominare” i mercati internazionali. Regioni: la produttività è al top in Trentino A.A. e Lombardia. In termini di produttività del lavoro, misurata rapportando il valore aggiunto (Pil al netto delle imposte dirette) alle unità di lavoro standard (ULA)[2], nel 2024 il dato medio Italia è pari a 77 mila euro per ULA, ovvero 211 euro medi giornalieri. A livello territoriale la situazione più virtuosa si registra in Trentino Alto Adige con 253 euro al giorno per ULA. Questa regione del Nordest può contare su un Pil (o meglio valore aggiunto) di 52,4 miliardi di euro, su 556.000 unità di lavoro standard e una produttività annua per ULA di 92.595 euro. Seguono la Lombardia con 251,4 euro giornaliere per ULA, la Valle d’Aosta con 230,8 euro per ULA e l’Emilia Romagna con 226,6 euro per ULA. Il Veneto si colloca all’ottavo posto con 213,2 euro per ULA. Le realtà dove la produttività è più bassa, invece, le scorgiamo nel Mezzogiorno che, tendenzialmente, conta, rispetto al Centronord, un’economia meno caratterizzata dalla presenza di aziende manifatturiere e di attività creditizie/finanziarie/assicurative. Pertanto, chiudono la graduatoria nazionale la Sardegna, con 165,7 euro giornaliere per ULA, la Calabria con 159,5 euro per ULA e la Puglia con 158,2 euro per ULA. Padova è la locomotiva della regione, ma Vicenza registra la produttività più alta. In termini di Pil (o meglio dire di valore aggiunto) la provincia più virtuosa del Veneto è Padova, che nel 2024, può contare su 35,6 miliardi di euro di valore aggiunto (VA), su 478 mila ULA, una produttività del lavoro annuale di 74.533 euro e una produttività per ULA al giorno di 203,6 euro. In termini di VA, subito dopo la provincia patavina, scorgiamo Verona con un 34,6 miliardi di euro e Vicenza con 33,4 miliardi. Se, invece, analizziamo la produttività del lavoro per ULA al giorno, Vicenza guida la graduatoria regionale con 230,2 euro. Seguono Treviso con 225,8 euro per ULA, Belluno con 218 euro per ULA e Venezia con 206,8 euro.
–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– [1] Oggi, in parte, in questo settore manteniamo ancora una leadership importante; [2] Unità di lavoro equivalente a tempo pieno (Ula). Unità di misura omogenea del volume di lavoro svolto dagli occupati. L'unità di lavoro rappresenta la quantità di lavoro prestata nell'anno da un occupato a tempo pieno, e fornisce l’unità di misura della quantità di lavoro prestata da occupati a tempo parziale, da occupati ad orario ridotto (ad esempio perché in cassa integrazione guadagni o perché svolgono un doppio lavoro), e da occupati con durate del lavoro inferiori all’anno. L’unità di lavoro esprime, pertanto, il numero di ore annue corrispondenti ad un'occupazione esercitata a tempo pieno, numero che può diversificarsi in funzione dell’orario di lavoro contrattuale seguito o delle caratteristiche dell’attività lavorativa svolta (ad esempio per la presenza di turni). Il calcolo del volume di lavoro in unità di lavoro equivalenti tempo pieno si rende necessario in quanto non vi è piena corrispondenza tra gli occupati, le posizioni lavorative e le unità di lavoro. La persona occupata può infatti ricoprire una o più posizioni lavorative in funzione: 1) dell'attività (unica, principale, secondaria); 2) della posizione nella professione (dipendente, indipendente); 3) della durata del rapporto di lavoro (continuativa, non continuativa); 4) del regime dell'orario di lavoro (tempo pieno, tempo parziale); 5) della posizione contributiva o fiscale (regolare, irregolare). Le unità di lavoro sono utilizzate come unità di misura del volume di lavoro impiegato nella produzione dei beni e servizi rientranti nelle stime del Prodotto interno lordo in un determinato periodo di riferimento. Nella rilevazione trimestrale sulle Retribuzioni lorde di fatto (OROS), l’Ula corrisponde all’unità di misura del volume di lavoro prestato nelle posizioni lavorative, calcolata riducendo il valore unitario delle posizioni lavorative a tempo parziale in equivalenti a tempo pieno (Fonte: Istat).

Con quanto sopra, CGIA Mestre ci propone un’alta lezione di statistica economica e di economia, che dovremmo leggere e rileggere, per meglio sapere e renderci conto del perché di certe situazioni nostrane, che, come, ad esempio, bassi salari e stipendi, ci differenziano enormemente dai Paesi nordeuropei. Abbiamo, certamente, grandi doti e caratteristiche, che ci distinguono, ma, il tema economia, è uguale, quanto a esigenze e contenuti, in tutto il globo, e da tutti richiede lo stesso: ridotta spesa pubblica, ripetiamo, nel rispetto della giusta spesa, per i cittadini, e di burocrazia, il meno possibile. Dobbiamo fare in modo di risollevarci, dato che non manchiamo di capacità e di iniziative. In questo, però, dev’essere di incisivo aiuto la politica, guardando unicamente a creare Pil, che vuol dire ricchezza e, purtroppo – sarebbe augurabile – riduzione del pesantissimo debito pubblico, accompagnato dai miliardi, che ci costa, miliardi, che vengono a mancare all’economia nostrana. I tempi cambiano rapidamente: non possiamo rimanere indietro: contano i fatti, nell’interesse, soprattutto, del mondo del lavoro, dei pensionati e della società in generale.
Pierantonio Braggio





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