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Gioved 26 Settembre 2024
VERONA CAPOFILA IN VENETO NELLA RACCOLTA FIRME IN FAVORE DELLA CAMPAGNA “FIGLIE E FIGLI D’ITALIA”. DAMIANO TOMMASI IL PRIMO SINDACO VENETO A SOTTOSCRIVERLA

L’obiettivo è quello ridurre da 10 a 5 anni il periodo di soggiorno legale continuativo in Italia per i maggiorenni stranieri necessario per diventare cittadini italiani. Un risultato che adeguerebbe l’Italia alla legislazione di molti paesi europei, oltre a farla tornare alla normativa che esisteva prima del 1992.

E' quanto chiede il quesito referendario della campagna “Figlie e Figli D’Italia” che il primo cittadino Damiano Tommasi è stato il primo sindaco veneto a firmare.

Depositata lo scorso 4 settembre in Cassazione da “Italiani senza cittadinanza”, “Cittadinanza attiva” e altre realtà della società civile e dei partiti, la campagna ha già raccolto e supertao le 500mila firme necessarie per raggiungere il quorum.

“Questo è uno dei tanti esempi dove la realtà arriva prima delle norme – sottolinea il sindaco Damiano Tommasi, primo tra i sindaci veneti a firmare la proposta di referendum –. Dobbiamo allinearci a quelli che sono i valori europei, normalizzando, attraverso la riduzione delle tempistiche, una situazione che vede oggi troppi scalini provocati dalla norma attuale. Al termine dei cinque anni il percorso per acquisire la cittadinanza sarà esattamente quello applicato ora. Le necessità di tutta una nuova generazione di cittadini e cittadine in attesa di divenire italiani è sotto gli occhi di tutti. Siamo il territorio con la più alta percentuale di presenza di popolazione straniera, una realtà collegata ai nostri comparti produttivi, da quello turistico alla logistica. Si tratta di una parte della nostra città che di fatto appartiene già al nostro Paese, non resta che trasformare questa realtà attraverso le azioni burocratiche necessarie per riconoscere loro tutti i diritti e i doveri di cui godono oggi i cittadini italiani.
Un passo fondamentale per essere ancora di più Paese centrale in ambito europeo. Abbiamo tutti i numeri e tutte le possibilità per farlo. Abbiamo una tradizione di emigrazione e come Paese siamo da tempo un luogo di riferimento per tante persone che arrivano e scelgono di vivere qui, non solo per la qualità della vita, ma per la capacità italiana d’essere accoglienti e di dare aiuto. Valori positivi ben rappresentati dalla velocità con cui si è raggiunto questo quorum. Un risultato che sembrava impossibile quando è iniziato questo percorso. Una realtà che va più veloce di quello che sanno fare le istituzioni, ma si può sempre recuperare. Questi sono i giorni in cui mi sento orgoglioso di essere sindaco di Verona, quando cioè si portano avanti convintamente all’interno delle istituzioni e al di fuori i valori che sono della nostra città”.

Il sostegno della città di Verona è stato ribadito oggi dal sindaco Damiano Tommasi nel punto stampa a Palazzo Barbieri. Presenti la vicepresidente del Consiglio comunale Veronica Atitsogbe, la rappresentante del comitato promotore (+Europa) Anna Lisa Nalin, referente dell’associazione Congi Mariam Grissi e Paula Cara dell’associazione Parte Giusta. Presenti in sala Arazzi anche l’assessore alle Pari opportunità Jacopo Buffolo, le consigliere comunali PD Alessia Rotta e Traguardi Beatrice Verzè e il consigliere comunale Damiano Tommasi Sindaco e presidente della 1^ Commissione consiliare Giacomo Piva e i rappresentanti delle associazioni Inclusione Serena Tosi Santoro, Afroveronesi Michael Kolade, Malve di Ucraina Marina Sorina.

“Il sostegno unanime di consigliere e consiglieri di maggioranza a questa campagna referendaria è una ulteriore dimostrazione di quanto stiamo facendo concretamente come Amministrazione in favore al tema della cittadinanza – ha evidenziato Veronica Atitsogbe –. Il paese reale, come ha evidenziato il sindaco, è già questo e noi non possiamo che schierarci in favore dei tanti giovani ‘cittadini’ che non possono ancora definirsi italiani a tutti gli effetti. Questa mobilitazione, che è stata definita fra le più partecipate degli ultimi anni, è la dimostrazione di quanto sia sentita questa necessità e di quanto la società civile italiana si sia attivata in favore di chi non può esprimersi per i propri diritti”. E’ un tema che seguo da molti anni e quanto sta accadendo è solo l’inizio di un percorso di cambiamento necessario”.

“Questo è il referendum delle associazioni cattoliche, laiche e dei cittadini e delle cittadine, oltre che di tutte le persone che ci hanno creduto – ha dichiarato Annalisa Nalin –. E’ un referendum storico perché il ritmo con cui sono arrivate le firme e sono state raccolte e superate le 500mila non ha precedenti. Parliamo di 10mila firme all’ora che sono arrivate a 60mila fino al blocco completo del sistema elettronico del Ministero. E’ quasi un risveglio della società civile. Tanti sindaci hanno firmato nel nostro paese, ma un ringraziamento particolare va al sindaco di Verona Damiano Tommasi che ha fatto da apri pista per il Veneto, dopo di lui si sono accodati il sindaco Possamai di Vicenza e Giordani d Padova. Quindi anche il Veneto c’è. Fino a ieri eravamo a 50mila firme, per capirci il Lazio è a 70 mila, ma possiamo recuperare. E’ importante continuare a firmare”.

“Per me e per tante altre persone l’assenza di cittadinanza è una questione che viviamo sulla pelle ogni giorno – ha dichiarato Paula Cara –. Quanto sta accadendo è una svolta importante e siamo felici d’essere stati coinvolti come associazione e che sia stata chiesta la nostra opinione in merito. Spero sia un punto di inizio per tanti altri positivi cambiamenti”.

“La campagna referendaria – ha precisato Mariam Grissi – è una iniziativa partita dal basso, dalla volontà di tanti cittadini e cittadine che hanno vissuto le disuguaglianze e le discriminazioni sulla propria pelle insieme a tutta un’altra parte di comunità che ha capito la necessità di questo cambiamento. E’ un momento di cambiamento che vede come protagonisti di un processo di inclusione e non come testimonial le nuove generazioni”.


Il numero dei beneficiari potenziali dell’effetto del referendum è molto significativo, perché secondo le statistiche ISTAT sugli oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti in Italia al 1° gennaio 2023, sono oltre 2.300.00 i cittadini extra UE già titolari del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; un permesso che viene rilasciato a chi ha requisiti simili a quelli richiesti per l’acquisto della cittadinanza.

Con tempi dimezzati rispetto a quanto accade oggi, molti degli stranieri potrebbero decidere di presentare la domanda di concessione della cittadinanza, e ottenendola, diventerebbero automaticamente cittadini italiani anche i loro figli minorenni e conviventi.

Si tratterebbe di una modifica non esaustiva della necessità di una più ampia riforma della cittadinanza per nascita (ius soli), e di quella che si potrebbe acquisire a seguito della frequenza scolastica da parte di un minore: il cosiddetto ius scholae, oggetto di tanti dibattiti.

Da precisare che la procedura per ottenere la cittadinanza resta di tipo concessorio e lo straniero maggiorenne per ottenerla dovrà dimostrare un forte radicamento sociale, una stabilità economica ed essere incensurato dal punto di vista penale.

Il resto dell’Europa, pur tra molte differenze, sta prendendo strade del tutto diverse: il termine di 5 anni di soggiorno legale ininterrotto per la concessione della cittadinanza ai cittadini di Stati non appartenenti alla UE è oggi già previsto in Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Lussemburgo, Svezia. La Slovenia esige invece qualcosa di più, ma meno dell’Italia, ovvero 8 anni, e salvo l’eccezione della Spagna che mantiene ancora il requisito di 10 anni di residenza (con molte eccezioni tuttavia in quanto il termine è drasticamente ridotto a solo 2 anni per i cittadini d’origine dei paesi ispano-americani) nell’UE solo Polonia, Croazia e Austria, ovvero paesi tradizionalmente chiusi verso le migrazioni, sono rimasti sulla stessa posizione di dura chiusura dell’Italia.

Note storiche. L’Italia di oggi dall’inizio degli anni settanta (ovvero da cinquant’anni), da Paese di emigrazione (con oltre 6 milioni di italiani all’estero e oltre 60 milioni di oriundi d’Italia) è diventata Paese di immigrazione, con oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti, molti dei quali nati in Italia, a cui la vigente legge sulla cittadinanza italiana impedisce il diritto a partecipare pienamente alla vita pubblica.

Nello stesso tempo, l’Italia vive una forte diminuzione del tasso di natalità avviandosi verso un crollo demografico che si accompagna a un forte invecchiamento della popolazione.

La vigente legislazione italiana è vecchia di trent’anni e soprattutto quando fu modificata, con la L. 91/92 la nuova norma non apportò alcuna apertura, decidendo di mantenere ferma l’impostazione di fondo, ovvero il principio della acquisizione per discendenza da italiani.

Non solo: si decise di portare da 5 a 10 anni la concessione della cittadinanza per lunga residenza per i cittadini di Paesi extra UE.

L’Italia così si dotò alla fine del XX secolo di una legge avente requisiti più restrittivi di quelli fissati ad inizio dello stesso secolo, con il regio decreto del 2 agosto 1912, n. 949. Si produsse in tal modo il paradosso di un Paese che si chiudeva a riccio rifiutando un cambiamento che nel Paese reale ha continuato ad avvenire.

Nel 2006 un disegno di legge provò a porre rimedio al 1992, ma senza successo e i restanti pochi interventi normativi effettuati sulla cittadinanza negli ultimi anni sono andati tutti nella direzione di inasprire le norme, ad iniziare dalla dilatazione dei tempi, oggi abnormi (tre anni) per la conclusione del procedimento amministrativo di naturalizzazione.



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