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Giovedì 21 Ottobre 2010
Le torture dei soldati indonesiani agli indigeni della Papua Video 1-2

Un coltello tento premuto sulla fronte, poi passato sotto al naso. L'indigeno che si vede sfiorato dalla lama è legato mani e piedi, a terra. Negli occhi solo paura. Sono immagini che in Papua Nuova Guinea si ripetono da oltre 40 anni ma questa è una delle rare occasioni in cui arrivano in Occidente. Ne è venuta in possesso Survival International, associazione che difende le culture indigene nel mondo, e le ha diffuse. Il video intero dura oltre 10 minuti. In un'altra sequenza si vede un altro indigeno, più anziano del primo, spogliato e con una busta di plastica schiacciata sulla faccia. Urla e si dimena a causa di un tizzone premuto sui genitali. Tutti i popoli tribali del Papua Occidentale stanno subendo questi trattamenti dall'inizio dell’occupazione indonesiana, avvenuta nel 1963. I soldati considerano gli indigeni poco più che animali e le loro azioni sono improntate a un razzismo feroce e spinte dal desiderio di liberare per sempre queste aree dalla presenza di chi ci vive da sempre. Una lenta e inesorabile esecuzione di massa, lontana da occhi indiscreti: l'intera area è controllata dalle forze militari che impediscono ai giornalisti e agli attivisti delle organizzazioni umanitarie di entrare nella regione.



I MOTIVI DELLA PERSECUZIONE - Le enormi risorse naturali del Papua Occidentale vengono sfruttate intensamente dal governo indonesiano e dalle multinazionali straniere, che ne traggono grandi profitti a discapito dei popoli tribali, che con la loro presenza e le loro culture, rappresentano solo un impiccio. Quando le compagnie internazionali sbarcano a Papua, l’esercito indonesiano le scorta per proteggere "progetti di importanza vitale": la presenza dell’esercito è sempre accompagnata da violazioni dei diritti umani. I più perseguitati sono coloro che tentano di protestare contro il governo indonesiano, contro l’esercito o questi progetti. Omicidi, sequestri di persona e torture sono all'ordine del giorno. Nelle aree dove la presenza dei militari è più massiccia, centinaia di persone muoiono di fame o malattia perché hanno troppa paura per uscire dai loro nascondigli. Nella terra del popolo degli Amungme, per esempio, sorge la Grasberg, la più grande miniera di rame e oro del mondo, di cui la Freeport è la proprietaria di maggioranza. Dopo anni di campagne da parte di Survival e altre organizzazioni umanitarie, la Banca Mondiale ha finalmente smesso di finanziare alcuni dei progetti di integrazione più brutali concepiti dal governo indonesiano. Tuttavia, le abbondanti risorse naturali di Papua continuano a essere sfruttate intensamente sotto la protezione dell’esercito. «Di Amungme mi è rimasto solo il nome. Le montagne, i fiumi, le foreste, ora appartengono tutti al Governo e alla Freeport. Io non ho più nulla» ha detto pochi giorni fa uno degli appartenenti a questa tribù.

UNA STORIA DI SOPRUSI E VIOLENZE - La Nuova Guinea è la seconda isola più grande del mondo. Vanta una grande ricchezza di culture locali e custodisce il 15% delle lingue conosciute sul pianeta. Papua, la metà occidentale dell'isola, è abitata da più di 2 milioni di persone. I suoi popoli indigeni sono almeno 312 ma è accertato che ve ne siano anche altri, circa 40, che non hanno mai avuto contatti con l'esterno. Gli Olandesi colonizzarono Papua nel 1714 ma la loro presenza sul territorio fu sempre limitata. Nel 1950, quando cedettero all'Indonesia le colonie orientali, esclusero Papua con l'intento di prepararla all’indipendenza. I Papuasi cominciarono a scegliersi una bandiera e un sistema di governo. Ma l'Indonesia non sembrava disposta a rinunciare al territorio nonostante i suoi abitanti, di origine melanesiana, non avessero con lei nessun legame etnico né geografico. Sottoposti alle pressioni degli Stati Uniti, che erano spaventati dalla prospettiva di un’alleanza dell’Indonesia con l’Unione Sovietica, nel 1962 gli Olandesi accettarono un accordo mediato dall’Onu: avrebbero continuato ad amministrare il paese in attesa di un referendum con il quale i Papuasi avrebbero potuto scegliere fra indipendenza o annessione. Finalmente, nel 1963 ebbe luogo l'"Atto di Libera Scelta". Al voto furono però ammesse solo 1.025 persone che, in pratica con una pistola puntata alla tempia, votarono all'unanimità per l’Indonesia. L'assunto razzista era che i Papuasi fossero troppo "primitivi" per decidere da soli del loro futuro e questo indusse la comunità internazionale a sorvolare sulla manipolazione del voto. «Non posso immaginare che i governi di Stati Uniti, Giappone, Olanda o Australia possano mettere a rischio le loro relazioni con l'Indonesia per una questione di principio che riguarda un numero relativamente piccolo di uomini molto primitivi» dichiarò un diplomatico britannico nel 1968. Il risultato sono stati 40 anni di oppressioni e brutalità che hanno già ucciso migliaia di persone e che, per ferocia e vastità di proporzioni, sono classificati come il peggiore abuso perpetrato oggi contro i popoli tribali del mondo.



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